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Giovanni Segantini

(Arco, Trento 1858 – Schafberg, Engadina 1899)

Dea pagana o Dea dell'Amore (1894-1897 circa)

Olio su tela, oro brunito aggiunto, ovale

cm. 250 x 223 (con cornice)

 

 

Uno dei tre celebri capolavori di Giovanni Segantini, che conclude il percorso espositivo del primo piano, ritorna esposto nella sala XXX: la Dea dell’amore.

Il dipinto venne presentato al pubblico per la prima volta dall’artista nel 1894 con un aspetto differente rispetto a come appare oggi. Infatti la figura femminile era ritratta completamente nuda e la tela non si trovava inserita nella cornice attuale, dall’originale formato ovale. Avendo ricevuto critiche contrastanti, Segantini decise di apportare delle modifiche alla composizione, scegliendo un formato particolare e realizzando una fluttuante e delicata veste rossa per coprire le nudità. L’artista ebbe l’idea, giunta in un secondo momento, dal banchiere Leopoldo Albini, committente dell’Angelo della vita. Infatti la Dea pagana, rappresentazione erotica e terrena del sentimento dell’amore, venne così riproposta da Segantini come un interessante pendant con la raffigurazione della Dea Cristiana. Nel tentativo di ripensare due dipinti di diversa ispirazione come coppia, l’artista ricorre ad una serie di espedienti decorativi per superare le differenze tra le due tele, accomunate solo dalle figure femminili e dal paesaggio montano sullo sfondo ma stilisticamente lontane. Il risultato raggiunto da Segantini è l’immagine più eterea ed evanescente della Venere, che nonostante il fluttuante e velato abito rosso colpisce per la vigorosa corporeità, accentuata dal ristretto campo visivo offerto dall’ovale della cornice. L’opera riflette l’apprezzamento dell’amore coniugale quanto quello materno da parte dell’artista; la passione terrena infatti è personificata in una sensuale donna, dal viso di una dolcezza quasi raffaellesca, immersa in un sonno, un’immagine pura e naturale del sentimento umano.