Compito principale dell’istituzione museo è conservare le proprie opere, il che non significa limitarsi a chiuderle in un luogo protetto entro cui lasciar scorrere passivamente il tempo, ma essere consapevoli della loro identità, definita tanto dalla storia creativa che le ha prodotte quanto dalla storia conservativa che le ha portate fino a noi, e che è determinata in primo luogo dal museo stesso, il quale, scegliendo che cosa esporre, che cosa sottrarre al percorso di visita e in quali condizioni conservare ciò che è stato omesso, seleziona di fatto quale parte della collezione ha diritto alla permanenza e alla trasmissione nel tempo.
A illustrare l’incidenza delle scelte del museo sul proprio patrimonio è la storia novecentesca dei gessi della Galleria d’Arte Moderna, sepolti per decenni sotto una coltre di polvere che ne ha fatto una massa di materia invariata, in cui era messa a rischio persino la sopravvivenza di opere della massima importanza, come il gesso preparatorio per la Ebe di Antonio Canova, capolavoro neoclassico della Galleria, o quello per il monumento alle Cinque Giornate di Milano del dimenticato padre della scultura italiana moderna. Riportate all’integrità attraverso importanti restauri e tornate a pieno titolo all’interno del percorso espositivo, queste statue testimoniano l’impegno conservativo che caratterizza oggi la GAM.
Il deposito, luogo significante della ricerca e raccolta di fonti per la storia dell’arte, è rimesso definitivamente al centro del sistema museo; oggetto di studio è sia ciò che esso conserva, sia ciò che è andato irrimediabilmente perduto e che va a delineare una sorta di mappa delle assenze, fondamentale per comprendere le logiche e i gusti del passato, ma anche le strategie d’intervento per il futuro delle collezioni.